Quando lo sguardo altrui decide la mostruosità
Medusa
di Martine Desjardins
alter ego edizioni, traduzione di Ornella Tajani
Medusa è nata con un altro nome e delle malformazioni così aberranti che la famiglia la costringe a girare per casa sempre a testa bassa, con gli occhi nascosti dalla frangetta. Le chiama “le mie Disgrazie”, “le mie Esecrazioni”, “le mie Repulsività”, come se fossero qualcosa di esterno a lei ma che le appartiene e di cui non può disfarsi e infatti Medusa e le Disgrazie sono due entità distinte per la maggior parte del romanzo, proprio a indicare l’incapacità di Medusa di accettare una parte di sé.
Medusa è nata con un altro nome, dicevamo, ma un giorno le sorelle le hanno affibbiato questo nomignolo e non se l’è più tolto, per rassegnazione più che per piacere, perché Medusa è cresciuta nella vergogna, ripudiata dal padre, derisa dalle sorelle, accudita controvoglia dalla madre, sa che la sua esistenza è un peccato e ha imparato a farsi invisibile. Un giorno però il padre decide di disfarsi di lei e la porta all’Athenaeum, un collegio per ragazze mostruose diretto da una donna magra e arcigna che invidia la giovinezza delle sue protette. Qui Medusa non può fare altro che la sguattera, tanto sono spregevoli le sue difformità, ma piano piano scoprirà che la potenza delle sue Disgrazie può liberarla da tutte le catene.
Non abbiamo coordinate spazio-temporali per questa storia gotica che potrebbe essere ambientata nell’Inghilterra vittoriana come nella Francia contemporanea, è sospesa nello spazio e nel tempo come le migliori storie che aspirano all’immortalità. Non sappiamo neanche quanti anni abbia la nostra protagonista, possiamo solo ipotizzare che sia una giovane donna quando inizia a raccontare la sua vita nella lunga lettera che indirizza a un “tu” che conosceremo solo verso il finale (e di cui non voglio dire troppo per non sporcare il piacere della scoperta). Quello che è certo è che Medusa è una metafora della nostra lotta quotidiana per l’accettazione del corpo, la vergogna in cui cresce, la ripugnanza che deve sopportare è la stessa che ciascuno di noi deve affrontare ogni giorno quando si guarda allo specchio o si confronta con lo sguardo altrui. Medusa non ha mai visto il proprio riflesso in uno specchio, sa di essere ripugnante perché così le hanno detto e si fida del giudizio altrui più che del proprio: «Sin da bambina la vergogna mi aveva fatto da coscienza. Aveva esercitato un controllo sulla mia vita, determinato le mie scelte, sovrinteso ogni mia decisione. […] La vergogna mi pietrificava perché mi aveva plasmata». Ma poi, come in ogni fiaba che si rispetti, arriva la liberazione dalle catene, la presa di coscienza del proprio valore e il riconoscimento delle proprie capacità, e così Medusa sorge, e distrugge.
Leggere il romanzo di Martine Desjardins è un’esperienza immersiva che fa riaffiorare nella memoria i racconti dell’orrore di Arthur Conan Doyle e le atmosfere cupe e fumose di Dottor Jekyll e Mister Hyde con un pizzico del dramma della Piccola principessa e la potenza della mitologia classica. Medusa non è un retelling anche se il mito è fortemente presente da un certo punto in poi e aiuta la protagonista a comprendere la propria forza ma forse proprio per questo è una narrazione molto suggestiva e ricca di spunti di riflessioni sulla nostra contemporaneità. Desjardins non cerca l’empatia delle lettrici perché il suo racconto è troppo crudo per potersi davvero immedesimare ma allo stesso tempo è difficile non riconoscere delle parti di sé in quel rifuggire lo sguardo altrui, in quel nascondersi e fidarsi dei giudizi esterni.
Però alla fine Medusa riconosce la propria bellezza grazie all’intervento di una persona che la guarda negli occhi e non la teme, anzi ne rimane affascinata. Questo aspetto, per quanto funzionale alla storia e solo temporaneo, in realtà è anche, secondo me, una sorta di fallimento dal momento che ancora una volta è lo sguardo altrui a legittimare, a dar(ci) valore e allora che speranza abbiamo di accettare noi stesse se non incontriamo uno sguardo benevolo sulla nostra strada?



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