The choke di Sofie Laguna: crescere nella violenza
The choke
di Sofie LagunaC’è una strana, triste somiglianza nei romanzi di formazione ambientati nelle periferie, un destino comune a cui vanno incontro tutte le protagoniste. C’è un atto violento e irreparabile che diventa quasi scontato, un marcatore a cui non ci si può sottrarre come fosse scritto nel DNA, in quel cromosoma intero che separa gli uomini dalle donne. E così come le protagoniste sono destinate a subire quell’atto abominevole eppure inevitabile, le comparse maschili quello stesso atto devono compierlo affinché questa macabra profezia del degrado si avveri. Anche se, a essere sincera, non riesco a riportare alla memoria romanzi in cui a essere protagonista fosse il ragazzo artefice della violenza, come se fosse più facile immaginare, e creare, la vittima piuttosto che il carnefice, sempre Altro, mostro, mai solo uomo.
La protagonista di The choke è Justine, una bambina sola e un po’ ingenua che a dieci anni viene affidata alle cure del nonno paterno perché la madre se n’è andata e il padre insegue per l’Australia opportunità non meglio identificate, sempre al limite della legalità. Il nonno è un uomo schivo che parla alle galline più che a qualunque essere umano, ama Justine e fa del suo meglio per lei ma non ha le parole, e soprattutto gli strumenti, per crescere una femmina, non sa spiegarle il mondo e alla fine i non detti diventano più grandi di entrambi. Justine però ha il fiume, lo Strozzo, un luogo di incredibile bellezza vicino al fiume Murray dove le rive quasi si toccano e l’unico rifugio sicuro da quel mondo maschile (e maschilista) che non riesce a comprendere.
La natura è, come in altri romanzi di formazione, una matrigna silenziosa e accogliente. Leggendo, non ho potuto fare a meno di ripensare alla Ragazza della palude di Delia Owens e alla Trilogia di Bois Savage di Jesmyn Ward, altri romanzi in cui violenza e natura sono i due poli entro cui si sviluppano queste giovani donne abbandonate. Quello che viene spontaneo chiedersi è: cosa succede dopo? Cosa viene dopo il rifiuto, la violenza e la mancanza di amore? Cosa diventano queste donne?
I romanzi di formazione si interrompono lì dove l’infanzia lascia il posto alla maturità, dove l’innocenza si corrompe e il mondo appare in tutta la sua mostruosità e il lieto fine, quando c’è, è sempre un compromesso, un venire a patti con quella solitudine che ha reso le protagoniste vittime. Mi chiedo se non sia possibile provare a proporre una narrazione diversa in cui, ad esempio, la violenza sia un episodio da cui si può uscire e non solo una condanna all’infelicità, un punto a cui non segue altro che il buio. Sarà che mi piacerebbe trovare nei libri quel briciolo di speranza che non riesco a vedere nella realtà, oggi più che mai.



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