Review Party: "Lapvona" di Ottessa Moshfegh
Lapvona
di Ottessa Moshfegh
Feltrinelli, traduzione di Silvia Rota Sperti
Oggi, 14 marzo, arriva nelle librerie italiane Lapvona, l’ultimo attesissimo romanzo di Ottessa Moshfegh. È sempre la casa editrice Feltrinelli a portare in Italia, nella traduzione di Silvia Rota Sperti, l’opera dell’autrice diventata famosa grazie al bestseller internazionale dal titolo Il mio anno di riposo e oblio (che io non ho ancora letto – shame on me – e che ora voglio recuperare al più presto!).
Grazie al review party organizzato da Evaluna Perez (in arte @unalibraiaincorsia), ho avuto la possibilità di ricevere Lapvona in anteprima dalla casa editrice – che ringrazio – insieme a un gruppo di bookblogger scoppiettante con cui è stato molto stimolante discutere durante la lettura.
Ma veniamo al libro.
Ottessa Moshfegh è già nota per i suoi personaggi borderline e per il piacere che prova nel portare al limite il lettore, ma con Lapvona ha portato anche sé stessa al limite scrivendo un romanzo difficile da digerire che mette in scena gli aspetti più gretti e disgustosi dell’essere umano. Il racconto si svolge nel corso di un anno nel villaggio medievale che dà il titolo al romanzo, un luogo povero e timorato di Dio che viene perennemente prosciugato dei suoi averi dal signore feudale che vive in cima alla collina.
Protagonista è il piccolo Marek, il figlio maltrattato e delirante di un pecoraio, che non ha mai conosciuto sua madre; il padre gli ha detto che è morta durante il parto. Una delle poche consolazioni della vita per Marek è il suo legame duraturo con l’ostetrica cieca Ina, che lo ha allattato, come ha fatto con tanti bambini del villaggio. Ma i doni di Ina vanno oltre all’accudimento dei neonati: possiede una capacità unica di comunicare con il mondo naturale e il suo dono la trasforma in veicolo di conoscenze sacre che non sono disponibili agli altri, per quanto religiosi possano essere. Per alcune persone, la casa di Ina nei boschi fuori dal villaggio è un posto da temere e da evitare, un luogo senza Dio. A custodire l’ordine di Lapvona c’è il depravato e infantile governatore Villiam, un uomo ingordo che si fa guidare dalle poco sagge parole di padre Barnaba, il prete della città. I due, insieme, mettono a dura prova il disperato bisogno del popolo di credere che ci sia qualcuno che ha a cuore i suoi interessi, specialmente in questo anno di siccità e carestia eccezionali. Ma quando il destino porta Marek vicino alla famiglia del signore, nuove forze occulte sconvolgono il vecchio ordine.
Lapvona è una favola nera, scritta con il linguaggio piatto tipico delle allegorie, non porta però con sé messaggi né morali. I personaggi creati da Moshfegh sono monodimensionali nel loro essere meschini e affamati, di pane e di fede, nessuno cresce né migliora, nessuno viene redento né trova pace. La violenza che pervade il romanzo è però una violenza primitiva e in un qualche modo pura, trasversale a tutti gli esseri umani vinti dalla carestia e dalla siccità. Perfino Villiam, il viziato e inetto governatore, è violento come solo i bambini sanno essere; egoista e sfacciato, sembra quasi non attribuire valore alle persone che lo circondano, defraudandole della loro umanità come fossero bambole al suo servizio: «Aveva bisogno di compagnia in ogni momento del giorno. […] Ai servitori era richiesto di colmare ogni attimo di inattività e così si esercitavano mentre cucinavano e pulivano, cercando continuamente di inventarsi linguaggi, gesti, la nuova migliore freddura sul carattere e sull’aspetto di Villiam».
Altro tratto comune di tutti i personaggi è la fede in Dio, una fede cieca e portata all’eccesso fino a rivelare i suoi limiti e soprattutto le brutture che è in grado di giustificare agli occhi dei credenti. I lapvoniani sono fervidi credenti incapaci di pensiero critico, Marek e suo padre Jude invocano Dio e il Paradiso a redenzione di ogni pensiero impuro e atto violento, Villiam crede in padre Barnaba come tramite della parola sacra e i servitori del castello hanno una loro fede che li fa sentire talmente superiori da diventare indifferenti agli Altri. Il Dio portato sulla pagina da Ottessa Moshfegh è un Dio sfaccettato, multiplo ma muto, infatti non c’è un singolo evento del romanzo che abbia una causa diversa dall’uomo. Le morti, gli abbandoni, le sevizie, le perdite, le cattiverie, perfino la carestia e la siccità sono conseguenza delle scelte fatte dagli uomini.
È pressocché impossibile non vedere in tutto ciò una critica al fanatismo religioso e alla cattiveria umana, ma allo stesso tempo è riduttivo circoscrivere Lapvona dentro questi paletti. Troppo è il suo bisogno di disgustare per potersi limitare a un messaggio tutto sommato banale come questo. Come dicevo prima, credo che il grande gioco di Ottessa Moshfegh sia proprio non portare una morale, farlo, infatti, avrebbe voluto dire dare una qualche forma di speranza, cosa che invece è del tutto assente in questo romanzo.
!Attenzione!
Lapvona di Ottessa Moshfegh è un romanzo grottesco pieno di trigger warning che può, o per meglio dire vuole, urtare la sensibilità dei lettori con descrizioni vivide di scene truculente che vanno dalla violenza sessuale al cannibalismo passando per la violenza contro gli animali e le umiliazioni. Per dare un’idea del tipo di lettura che vi accingete a fare con Lapvona, pensate a romanzi come Trilogia della città di K di Agota Kristof, Medusa di Martine Desjardins, American Psycho di Bret Easton Ellis, Cavie di Chuck Palahniuk, Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Se avete letto e superato i traumi causati da questi libri, potete correre in libreria ad acquistare Lapvona di Ottessa Moshfegh, in caso contrario pensateci bene e non dite che non vi avevo avvisato.
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