Review Party: Corregidora di Gayl Jones
Corregidora
di Gayl Jones
Feltrinelli editore, traduzione di Sara Antonelli
Eccoci con un nuovo Review Party organizzato da Evaluna (@unalibraiaincorsia), questa volta protagonista è il romanzo Corregidora di Gayl Jones pubblicato a maggio dalla casa editrice Feltrinelli, che ringrazio per la copia omaggio.
La prima volta che le librerie americane videro il romanzo di Gayl Jones era il 1975 e furono in molti ad apprezzare la sua prosa asciutta e colloquiale, prima tra tutte Toni Morrison che ne volle fortemente la pubblicazione. E infatti il libro ricevette il plauso incondizionato di autori come Maya Angelou, James Baldwin e John Updike. Oggi, 2023, Corregidora arriva al cuore come allora, anche se all’inizio quella stessa asciuttezza e colloquialità che sono il suo carattere distintivo risulta strana, destabilizzante.
Trama
Ursa Corregidora è una cantante blues la cui esistenza rimane agganciata al passato traumatico della schiavitù. Per Ursa il ricordo delle violenze subite dalle sue antenate, il permanere nella mente delle loro voci e il confuso desiderio di fare giustizia determinano le sorti del suo canto, il destino del suo matrimonio e il suo rapporto con la maternità.
Chi è Ursa?
Ambientato a partire dal 1947, Corregidora di Gayl Jones è un romanzo che parla di violenza nelle sue molteplici forme. La prima scena del libro, non a caso, è il litigio tra Ursa e il marito Mutt dopo una serata da Happy’s Café, il locale dove Ursa lavora come cantante blues. «Sono tuo marito. Devi sentire me, non quelli»: è Mutt che reclama una proprietà, che vuole mettere un guinzaglio a una donna che invece non si farà imbrigliare mai, a costo di essere sola, o libera a seconda di come la si guarda. Un grido di rabbia che nasce dall’impotenza e che sarà il ritornello di tutto il libro, declinato a volte con parole diverse, da uomini differenti, ma che, come in quella prima scena, cadrà sempre nel vuoto.
Sono mesi che Mutt cerca di obbligare Ursa a smettere di cantare, non riesce più a tollerare gli sguardi degli uomini sulla moglie e si è convinto che Ursa abbia una parte di colpa, li istighi con la sua voce; così quella sera dell’aprile del 1948, ubriaco, la aspetta sulle scale di casa, urla, sbraita, la spinge… E Ursa perde una parte di sé, quella che le avrebbe permesso di continuare le generazioni di Corregidora, tramandare le voci della Bisnonna, della Nonna e della Mamma, i racconti vergognosi e impossibili da cancellare, quelli che non si trovano più nei documenti bruciati ma si passano di bocca in bocca perché «loro possono bruciare le carte, ma non possono bruciare quello che si sa». Così, Ursa si ritrova a sbraitare a sua volta, in un letto d’ospedale, contro l’uomo che avrebbe dovuto amarla e che invece le ha portato via la possibilità di essere madre.
Ma Mutt non sarà il solo uomo che cercherà di portare via qualcosa a Ursa o che chiederà più di quello che lei può dare, e per tutto il romanzo la giovane Corregidora dovrà alzare la voce, ripetere più e più volte No, allontanarsi, a volte perfino scappare per non cedere ai ricatti, alla violenza.
Il passato
Il passato è una memoria potente, un fardello che rende Ursa una Corregidora e la àncora a una storia familiare fatta di soprusi e schiavitù che conosciamo attraverso le voci di Bisnonna e Nonna che accompagnano la nostra protagonista in ogni sua scelta. A differenza delle donne che l’hanno preceduta, però, Ursa sa opporsi ed è la cosa che più ho apprezzato del romanzo di Gayl Jones. Corregidora è un marchio di infamia, un incesto vergognoso che si tramanda di generazione in generazione come memento della malvagità di cui sono capaci gli uomini e dell’omertà a cui si costringono le donne pensando così di allontanare il dolore. Ma Ursa interrompe la catena, o almeno ci prova. Vive in un mondo violento, dove il linguaggio ferisce e gli sguardi non sono mai innocenti, e cerca a modo suo di ergere una barriera, prima per ingenuità e poi per odio, mai però per paura.
Fa per te?
Corregidora è un romanzo crudo sia per temi che per lingua, Gayl Jones infatti trasporta sulla pagina il parlato usando uno stile schietto, dove i dialoghi sono preponderanti e le parole non hanno paura di rappresentare la realtà per ciò che è. Se avete letto Il colore viola di Alice Walker o I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston (ne ho scritto qui) sapete di cosa parlo e ritroverete in Ursa la stessa caparbietà e la stessa resilienza, con un pizzico di magia in più dovuta all’intreccio del passato con il presente.
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