"Gli invisibili" di Roy Jacobsen: storia di una famiglia e un'isola

Gli invisibili

di Roy Jacobsen
Iperborea editore, traduzione di Maria Valeria D’Avino

 

 

Barrøy è una delle tante isolette a sud delle Lofoten e all’inizio del Novecento è abitata da una sola famiglia composta da cinque persone: nonno Martin, la zia Barbro, papà Hans, mamma Maria e la piccola Ingrid. Tre generazioni per cui l’isola è il mondo intero, un microcosmo da preservare per sopravvivere.

Mentre gli anni passano e la società evolve, la famiglia Barrøy sembra solidamente ancorata alle tradizioni, ma pian piano anche qui si fa strada l’inevitabile cambiamento che porta all’apertura verso il progresso. Le tre generazioni che convivono sull’isola, infatti, non possono che cedere il passo una all’altra come natura vuole, e se c’è una cosa che i Barrøy sanno bene è che sono il mare, il vento, la neve e il sole a comandare davvero.

Una saga familiare come ormai se ne vedono tante, ma Gli invisibili di Roy Jacobsen (Iperborea edizioni) è un romanzo fatto di silenzi. Lo si capisce dai dialoghi centellinati in favore del discorso indiretto, dalle informazioni taciute e dalle storie appena intuite: «Sull’isola non manca niente, niente è stato rubato né distrutto. Eppure il forestiero li ha derubati di una delle cose più importanti che possedevano, una cosa che nessuno potrà mai restituirgli». Ma il silenzio di Barrøy è diverso dal nostro, è una sottrazione, l’assenza di un bisogno e non di rumore; su un’isola, infatti, il silenzio vero è cosa rara, tanto che quando capita stupisce i suoi abitanti, che si bloccano, in attesa che la natura torni a riempire le orecchie: «Ma il silenzio su un’isola è niente. […] Un brevissimo spiraglio di morte mentre sono ancora in vita».





E io, che sono piena di letteratura americana, non ho potuto fare a meno di notare le differenze tra le famiglie che abitano questa e i Barrøy. Disfunzionali e sempre in cerca di una via di fuga, le une, compatta e stanziale l’altra. La ristrettezza dell’isola, tanto geografica quanto materiale, ancóra invece di allontanare, crea legami indissolubili invece di esasperare le relazioni, ed è un modo di approcciarsi alla vita che ribalta la solita prospettiva a cui mi sono abituata negli anni. Avevo già provato la stessa sensazione con Luce d’estate ed è subito notte di Stefansson, non a caso un altro autore nordico che racconta di isole (in questo caso l’Islanda) e dei suoi abitanti (ne avevo parlato qui), e Jacobsen l’ha riconfermata con Barbro che scappa e ritorna, Maria che ridiventa sé stessa solo a casa e la ormai non più tanto piccola Ingrid che eredita il mondo da cui per un momento aveva creduto di volersi allontanare per sempre. Nessuna di loro resiste fuori da Barrøy, lontano da lei e dai suoi abitanti. È come se ci fosse un centro gravitazionale che riporta tutti indietro, o sarebbe meglio dire tutte, perché negli uomini sembra non generarsi mai il bisogno di staccarsi, come se l’isola fosse una madre che non si vuole lasciare andare. 

Quasi la stessa attrazione che ha generato in me la lettura degli Invisibili di Roy Jacobsen, per dirla con le sue parole: «Un ospite lascia un rimpianto. Dimostra agli abitanti dell’isola che manca loro qualcosa, qualcosa che forse mancava già prima del suo arrivo e continuerà a mancare anche dopo». Qualcosa che spero di ritrovare presto nel secondo libro della saga o, nell’attesa, in un altro romanzo ambientato nei freddi Paesi del Nord.


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